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L’Italia impantanata dai fornitori di servizi

Berlusconi, Fini e D’Alema c’entrano poco. Le cause dei problemi italiani sono ben altre. Risiedono nelle concentrazioni di potere dei fornitori di servizi, pubblici e privati. Dagli anni Ottanta si parla, ad esempio, di liberalizzazione nel settore delle telecomunicazioni, dell’energia e del gas senza grandi risultati. Le potenti attività di lobbyng hanno frenato i progetti governativi e parlamentari tesi a creare la vera concorrenza e a porre l’utente al centro di tutto. Con Pierluigi Bersani, ministro dello Sviluppo economico, quattro anni fa, alcuni steccati si sono parzialmente abbattuti. Da allora è stato fatto ben poco.

I fornitori dei servizi di telefonia mobile e fissa, dell’energia e del gas proseguono talvolta imperterriti a ritenere le proprie convenienze prioritarie rispetto ai diritti dell’utente. Continuano ad elargire compensi record ad amministratori e top management, tutti di nomina politica, senza prendersi cura del cliente. L’assioma non confessato prevede che in regime di sostanziale monopolio conta l’erogatore del servizio e non il fruitore. I call center spesso non servono a curare la clientela ma ad addolcire e somministrare le rudi prerogative aziendali codificate nelle circolari  e nei manuali di lavoro.

Lo scenario non cambia nelle banche di matrice italiana che, seppur in un contesto forzatamente più esposto alla concorrenza, sono spesso gestite come piccole monadi desiderose solo di conservare la presenza degli sportelli territoriali. Per consegnare delle semplici carte di credito di largo consumo qualche banca impiega tre mesi, un tempo abnorme che in un contesto di seria concorrenza porrebbe la banca ai margini del mercato. In Italia, viceversa, questa banca è al centro del sistema creditizio.

Stessa musica anche nei servizi privati, quelli offerti dai professionisti iscritti o meno ad albi e dagli autonomi come i tassisti. Poche sono state le modifiche apportate nell’accesso alla professione, nelle tariffe, nella qualità dei servizi e nella formazione continua. Un sistema che si perpetua di padre in figlio e che lascia nuotare nel mercato solo chi non ha solide spalle.

Numerosi giovani fuggono dal Belpaese anche per questo, per la difficoltà di essere considerati cittadini ed utenti evoluti, uomini e donne del Terzo Millennio. Nel post industrialismo è l’accusa più grave che un paese possa ricevere.

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